Non è colpa di nessuno

Ha dieci anni e non va ancora in bici

Pesa su chi resta a piedi mentre gli altri escono in bici, e pesa su di te, che pensi di aver fatto tardi. A quest'età però la difficoltà vera è una sola, ed è la paura: si affronta cominciando dalla fine.

Esercizi e giochiDai 9 ai 12 anni3 pomeriggi cortiEquilibrio e fiduciaLuca Moretti · Maestro Scuola Ciclismo Triono - TI2
Una bambina ferma a bordo pista con la bici in mano, di spalle, guarda i compagni che pedalano

È una delle domande che ci arrivano più spesso, e quasi sempre a voce bassa, come se ci fosse qualcosa da farsi perdonare: «ha dieci anni e non sa ancora andare in bici». Non è che vada male: non ci sale proprio, e la bici, quando c'è, sta ferma in garage da qualche anno.

Chi fa quella domanda sta portando due pesi insieme. Il primo peso è suo. A dieci anni ci si accorge benissimo di essere l'eccezione del gruppo: gli altri escono in bici e tu no. Così, quando arriva la proposta di un giro, salta fuori ogni volta una scusa. Non è pigrizia, è imbarazzo, e l'imbarazzo diventa in fretta rifiuto: più passa il tempo, più diventa difficile ammettere di non saperlo fare.

Il secondo peso è tuo, e si sente proprio nel tono in cui lo dici: la sensazione di aver mancato un appuntamento, l'età in cui «normalmente» si impara. Vale la pena dirlo chiaramente, e non come consolazione: la bici si imparava nei pomeriggi lunghi di qualcuno che aveva tempo. Molto spesso era un nonno, in un cortile, senza orario e senza fretta. Oggi quei pomeriggi in tante famiglie non ci sono più: due genitori che lavorano, i nonni a cento chilometri o non più in grado di correre dietro a una bici, i sabati pieni di altre cose. Non hai tolto niente a nessuno: è cambiato chi aveva il tempo, non quanto ci tieni.

E poi la parte che nessuno dice: cominciare a dieci anni non è solo uno svantaggio.

Quello che cambia a dieci anni

In meglio: a quest'età ci sono forza, coordinazione ed equilibrio che a quattro anni non esistevano, e le istruzioni si capiscono al primo colpo. Quello che ai più piccoli costa settimane, qui può costare un pomeriggio. Il tempo che pensi di aver perso si recupera quasi tutto in una giornata.

In peggio una cosa sola, ma è quella che decide come va: a dieci anni la caduta te la immagini prima. A quattro non se ne è ancora capaci: si cade, si piange, si riprova. Più avanti no. Si valuta, si calcola, e ci si irrigidisce ancora prima di partire: braccia dure sul manubrio, spalle alte, sguardo piantato a terra davanti alla ruota. Ed è esattamente quello che fa perdere l'equilibrio, perché la bici sta su se cammina, e cammina se lo sguardo va lontano. La paura, a quest'età, non è un carattere debole: è la conseguenza di essere cresciuti, e sarebbe strano se non ci fosse.

Per questo non serve dire di non avere paura. Serve toglierle le ragioni, una alla volta.

Come si affronta la paura

Prima si impara a scendere, poi a salire. È il consiglio che cambia di più le cose, e sembra il contrario di quello che serve. Abbassa la sella finché non appoggia a terra tutta la pianta di entrambi i piedi. Sembrerà troppo bassa: per ora è giusta così. Poi fai provare una cosa sola, da fermi e camminando pianissimo: tirare i freni e mettere i piedi per terra. Dieci, quindici volte, finché non viene senza pensarci. Sembra tempo buttato e invece è il punto: a quest'età non si ha paura di cadere, si ha paura di non sapere come si esce. Chi è sicuro di poter scendere quando vuole smette di irrigidirsi, e il resto viene molto più in fretta.

Scegli il terreno pensando all'equilibrio, non alla caduta. L'istinto dice prato, perché si cade morbido. Ma sull'erba la bici affonda, rallenta e chiede spinta continua: chi l'equilibrio non ce l'ha ancora fa una fatica enorme, sbanda, e si convince in mezz'ora di non esserne capace. La prima volta serve una superficie liscia e compatta, un piazzale o una strada chiusa al traffico, con una pendenza appena accennata. Lì la bici scorre con poca spinta e sta su quasi da sola, che è esattamente quello che c'è da scoprire. L'erba e lo sterrato vengono dopo, quando la pedalata c'è già.

Parla chiaro sul rischio, e di' anche cosa fare. A quattro anni funziona «non cadrai». A dieci no: si sa benissimo che non è vero, e sentirsi rassicurare a vuoto fa perdere fiducia anche nel resto. Meglio dire come stanno le cose: «può succedere di cadere, probabilmente prima o poi succede. Quando capita ti rialzi e riparti subito, senza pensarci». È la mezza frase che conta di più in tutta la giornata. Una caduta su cui ci si ferma a ragionare diventa il ricordo del pomeriggio; una caduta seguita da trenta secondi di pedalata resta un episodio e basta. Vale anche per te: se corri a controllare con la faccia preoccupata, stai dicendo che era davvero grave.

Un numero, al posto del giudizio. Quando comincia a scivolare con i piedi sollevati, chiedi di contare ad alta voce: tre secondi, poi cinque, poi dieci. Serve a chi sta imparando, perché così i progressi li misura da sé invece di leggerli sulla tua faccia. E serve a te, perché ti dà qualcosa da fare che non sia commentare.

Smetti mentre sta andando bene. L'ultima immagine della giornata deve essere una cosa riuscita, non un tentativo storto ripetuto per stanchezza. Venti minuti buoni valgono più di due ore finite male: la volta dopo ci si torna volentieri, e la paura non ha avuto il tempo di rimettersi comoda.

L'errore da evitare

Partire da una bici troppo grande. A dieci anni la tentazione è comprare quella che durerà fino alle medie, e spesso quella ferma in garage è già così: alta, pesante, presa pensando a dopo. Ma se da seduti non si arriva a terra con tutta la pianta dei piedi non c'è via d'uscita, e senza via d'uscita la rigidità non passa, qualunque cosa tu dica. Controlla quello prima di ogni altra cosa, e se la bici giusta non c'è, fattene prestare una per due pomeriggi.

Poi chi c'è intorno. Scegli un'ora in cui non si rischia di incontrare i compagni di classe: non è timidezza, è dignità, e proteggerla fa risparmiare pomeriggi.

Infine la mano sulla sella. A dieci anni sono trenta chili e regge poco e male, ma soprattutto ogni tua correzione si sente: così si finisce per aspettare la tua mano invece di cercare l'equilibrio per conto proprio. Una pendenza appena accennata fa lo stesso lavoro, meglio, senza che nessuno dei due debba fidarsi dell'altro.

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Casco allacciato prima di salire, spazio senza auto, maniche e pantaloni lunghi il primo giorno: a dieci anni una sbucciatura sul gomito pesa più della caduta.

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